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 Ecco la 66° newsletter......  

          

..................e Buona lettura!

          Se vi piace, invitate  altre persone a iscriversi a questa newsletter!

Questa newsletter contiene i seguenti argomenti:

1) Roy Martina spiega l'Equilibrio Emozionale

2) La paura vien guardando

3) Nascita, vita e morte di un fotone

4) Un universo parallelo dove viaggiamo tutto il tempo

5)NEUROSCIENZE. IL CERVELLO HA UNA CAPACITA’ STRAORDINARIA: SI CHIAMA «IMAGERY»

6) Il record di Neurospin
con i neuroni in diretta

Un caloroso abbraccio quantistico

Gaetano Conforto

Pensiero da meditare durante tutto l'anno 2007:

" Fa che i tuoi sogni siano più reali della tue paure"      

 

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Ecco la testimonianza di chi ha reso possibile quest'opera:

          "Con questo “opuscolo” si è voluto raccogliere le newsletter che Gaetano

Conforto ha trasmesso via e-mail (dal 10 agosto 2003 al 12 luglio 2006) a

tutte le persone che si sono iscritte accedendo al suo sito

http://www.quantumedicine.com/article/article.html

          Gli argomenti trattati sono per me come “perle di saggezza”, “il pane

quotidiano” , “l’acqua che disseta e purifica il corpo-mente”.

          Leggere ed approfondire i temi riportati aiutano la mente a trovare vigore e

forza, a vedere le cose che ci circondano in modo diverso, a scoprire che la

realtà dipende esclusivamente da noi, da come la vogliamo vedere e

conseguentemente creare.

          Trovare il bello, l’aspetto positivo, anche in una cosa o episodio che siamo

abituati a classificarli come “negativi”, ci aiuta a stare bene, ad avere il giusto

entusiasmo per crescere alla ricerca di obiettivi sempre più “elevati”.

By Romeo

 

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Roy Martina spiega l'Equilibrio Emozionale       vai all' indice

Intervista all'autore de "L'Arte della Vitalità" e "Equilibrio Emozionale"

 

Dr. Martina, per cominciare può spiegarci cosa sono le emozioni e in che modo possono diventare tanto potenti da tenerci in ostaggio, anziché lasciare a noi stessi il controllo della situazione?

E’ difficile definire correttamente le emozioni. Si tratta di sentimenti che indirizzano le nostre azioni verso determinate situazioni. Per esempio: pensate a come reagireste se vi trovaste nel bel mezzo di un ingorgo stradale, dopo avere vinto una cospicua somma di denaro alla lotteria o, viceversa, dopo aver trascorso una notte orribile litigando con vostra moglie. Ogniqualvolta proviamo un’emozione, si crea in noi un accumulo energetico che deve essere liberato. Provare emozioni è diverso che esprimerle: solo in quest’ultimo caso si è in grado di liberare tale energia. Le emozioni, se soppresse o negate, possono diventare causa di stress e malattie croniche. Dobbiamo imparare ad affrontare alcune delle emozioni che – se soppresse o mal gestite – generano un’implosione della nostra energia, tale da essere somatizzate con disturbi psicofisici.

 

In cosa consiste l’Equilibrio Emozionale?

Il raggiungimento dell’Equilibrio Emozionale è una delle vie più veloci per raggiungere il benessere. Esso consiste nella gestione ottimale delle emozioni e rappresenta una soluzione a molti disagi, tra cui stati d'animo improduttivi come paure, fobie, stati d'ansia, stress; dolori fisici come mal di testa, mal di denti, mal di mare, ecc.; inoltre esso consente di ottenere una maggiore autostima, rispetto e pace interiore.

Può farci qualche esempio pratico?

Certamente. Prendiamo ad esempio:

La paura: essa si basa sull’idea che possiamo perdere ciò che è più prezioso per noi (la vita, una persona amata, la salute, la stabilità economica). Io la definisco “la maggiore responsabile della malattia”. Gli organi “toccati” da questa emozione sono la vescica ed il rene. Ad essa sono riconducibili l’insicurezza, l’indecisione, la sfiducia.

Come possiamo gestirla?

Innanzitutto dicendo a noi stessi che ci accettiamo con tutta la nostra paura ed insicurezza; inoltre, possiamo concentrarci sulla respirazione. Io suggerisco di inspirare lentamente contando fino a sette e, nel contempo, spingere in fuori l’addome; trattenere il respiro contando fino a tre ed espirare quanto più lentamente e gradualmente è possibile, spingendo contemporaneamente l’addome verso l’interno.

Qualche altro esempio?

Vediamo un’altra emozione molto dannosa:

La rabbia: essa può scaturire dalla sensazione di essere stati trattati in modo ingiusto, di non essere capiti, di non riuscire ad ottenere ciò che desideriamo. Se repressa o mal gestita, è estremamente dannosa per il nostro cuore e per tutti gli altri organi vitali. Ad essa sono connesse la frustrazione e l’irritazione.

Come possiamo gestirla?

Possiamo risolvere il conflitto interiore usando un’affermazione verso noi stessi simile a quella prima indicata: “Amo profondamente me stesso e mi accetto con la mia rabbia e la mia frustrazione”. Inoltre, io consiglio di adottare la pratica del perdono. Dobbiamo imparare a perdonare la persona che ha provocato in noi tale rabbia e perdonare noi stessi per avere permesso che qualcuno ci facesse arrabbiare. Solo così potremo eliminare l’energia provocata da questa emozione.

Per finire parliamo dello stress.

Lo stress: è legato al nostro modo di affrontare quello che incontriamo lungo il nostro percorso. Il miglior modo per far si che lo stress “si dissolva come aria” (AIR in Inglese). Questi sono i passaggi che consiglio di seguire:
- Agire su quello che possiamo cambiare e controllare;
- Integrare, accettando quello che non possiamo cambiare o controllare;
- Rilasciare ogni tensione che impedisca il libero flusso dell’energia.

Il nostro corpo indica, di volta in volta, se a livello emotivo siamo in equilibrio, ovvero se sprigioniamo correttamente l’energia provocata dalle nostre emozioni. Il metodo dell’ Equilibrio Emozionale fornisce la chiave di lettura di ciò che il nostro stesso corpo ci suggerisce, consentendoci in tal modo di compiere un grande passo verso il benessere psicofisico e la completa vitalità.

 

http://www.solaris.it/indexprima.asp?Articolo=1308

 

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La paura vien guardando          vai all' indice

 

L'uomo apprende la paura in base agli stessi processi neuronali sia in seguito all'esperienza personale di un evento negativo, sia che ne sia stato solamente testimone. È quanto risulta dalla prima ricerca che abbia mai preso in esame le basi cerebrali della paura acquisita indirettamente, osservando gli altri.

Condotto da psicologi della New York University, lo studio - pubblicato sull'ultimo numero della rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience (SCAN) - ha rivelato che l'amigdala, notoriamente coinvolta nell'acquisizione e nell'espressione della paura derivante da esperienze personali, reagisce nella stessa misura anche quando venga sollecitata alla paura indirettamente.

Nello studio, i soggetti assistevano a un breve video in cui un'altra persona partecipava a un esperimento di condizionamento alla paura, nel quale essa reagiva in maniera stressata quando riceveva una debole scossa elettrica accoppiata alla comparsa di un quadrato colorato. Successivamente ai soggetti che partecipavano allo studio veniva detto che avrebbero preso parte a un esperimento simile a quello appena osservato. Per quanto ai soggetti, a differenza di quanto avveniva nel video, non venisse in realtà somministrata alcuna scossa, essi mostravano una significativa risposta di stress all'apparire del quadrato colorato associato nel video allo shock elettrico. Non solo: le rilevazioni fatte con tecniche di brain imaging hanno anche rivelato che il livello di attivazione dell'amigdala era equivalente sia nel caso della paura acquisita per esperienza sia in quello di acquisizione indiretta.

"Ogni giorno siamo esposti a immagini vivide di persone in situazioni emozionalmente forti, sia nelle interazioni sociali, sia attraverso i media", ha osservato Elizabeth Phelps, che ha diretto la ricerca. "La conoscenza dello stato emozionale di qualcuno può evocare una risposta empatica. Tuttavia, come rivela la nostra ricerca, quando le emozioni altrui sono accompagnate da vivide espressioni e percepite come potenzialmente rilevanti per il nostro futuro benessere, possiamo mettere in campo ulteriori meccanismi di apprendimento."

http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/La_paura_vien_guardando/1297565

 

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Nascita, vita e morte di un fotone     vai all ' indice

 

Un gruppo di ricercatori dell'Ecole Normale Supérieure di Parigi è riuscito a osservare per la prima volta un fotone apparire spontaneamente, vivere la sua breve vita e quindi svanire. Si è trattato di un esperimento di misurazione quantistica "non distruttiva" su un singolo fotone, nella quale cioè la presenza della particella è determinata senza con ciò distruggerla. Normalmente infatti la rilevazione di un fotone comporta il suo assorbimento in un fotorilevatore, che equivale alla sua distruzione; talvolta è però possibile eseguire la misurazione lasciando il sistema più o meno nello stato originario, con tecniche che si sono ormai diffuse da tempo per sistemi delle dimensioni di atomi, ma mai finora per una particella così "delicata" come un fotone.

Il sistema utilizzato da Michel Brune e colleghi - descritto sull'ultimo numero di Nature - è costituito da una microcavità raffreddata a soli 0,8 kelvin, una temperatura alla quale esiste una probabilità del 5 per cento che essa sia priva di fotoni e del 50 per cento che ne contenga esattamente uno, che compare spontaneamente nella cavità per poi svanire poco dopo.

La presenza del fotone è rilevata grazie al passaggio attraverso la cavità di un fascio di atomi di rubidio nello stato di atomi di Rydberg, il cui elettrone di valenza è stato cioè eccitato in un orbitale con un numero quantico molto alto, e la cui caratteristica è di essere molto sensibili a perturbazioni esterne come i campi elettrici. Questi atomi sono stati preparati in modo da poter esistere in uno di due stati quantistici (g ed e). Se la cavità che attraversano è vuota, la maggioranza di essi emerge in uno stato particolare (g), altrimenti nell'altro, grazie a un'interazione non risonante con il campo della cavità. Il fotone, che non può essere assorbito senza violare la legge di conservazione dell'energia, lascia tuttavia un "segno" sull'atomo alterando la stato dei livelli energetici atomici, alterazione che può essere rilevata con particolari metodi di spettroscopia ad alta risoluzione.

Grazie a questa tecnica Brune e colleghi hanno potuto osservare questo fenomeno, predetto circa cento anni fa, ma finora mai dimostrato.

http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Nascita,_vita_e_morte_di_un_fotone/1297585

 

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Un Universo parallelo dove viaggiamo tutto il tempovai all' indice

 

Si trova accanto a noi e vi viaggiamo in ogni momento, solo che non sappiamo che esiste e che ci viaggiamo avanti e indietro tutto il tempo.

L'universo parallelo si trova nella dimensione superiore e, parlando in termini matematici, si trova su un piano complesso. L'Iperspazio contiene un numero infinito di universi come il nostro e molti di questi universi hanno il loro coniugato nel piano complesso. Anche il nostro lo ha. La mente subconscia umana comunica continuamente con questo universo, ogni cosa che succede qui ha là un coniugato. La nostra esistenza reale si trova nell'Iperspazio stesso e la nostra esistenza nel mondo fisico è semplicemente una proiezione. Nell'universo parallelo c'è una proiezione similare di anti-materia.

Molti scienziati ora credono che quando sogniamo ci muoviamo nell'universo parallelo. Quando moriamo la nostra proiezione in questo universo termina ma noi continuiamo ad esistere nell'Iperspazio. L'universo parallelo protegge le nostre proiezioni quando siamo incoscienti, sprofondati nel sonno o estremamente stanchi. Anche le emozioni umane vengono controllate da lì.

Le nostre proiezioni nell'universo parallelo coniugato vivono molto più a lungo delle nostre proiezioni qui. Le esperienze di pre-morte parlano tutte dell'esistenza di questo universo - la luce alla fine del tunnel. L'universo parallelo è dove noi andiamo una volta morti. Non è un luogo dove si rimane in permanenza, ma è dove si svolge un'interrogazione sullo svolgimento della missione prima di lanciarci nel viaggio successivo in un altro universo per acquisire maggiori livelli di energia.

 

http://it.groups.yahoo.com/group/INDIA_DAILY_TECHNOLOGY_in_italiano/message/59

 

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4/4/2007 - NEUROSCIENZE. IL CERVELLO HA UNA CAPACITA’ STRAORDINARIA: SI CHIAMA «IMAGERY»        vai all' indice

Vediamo anche senza gli occhi
 
“Ho scoperto che i ciechi congeniti sanno costruirsi immagini mentali”
TOMASO VECCHI
UNIVERSITÀ DI PAVIA
Immaginare una scena è un po’ come assistervi davvero. Questa affermazione richiama la straordinaria capacità del nostro cervello di creare rappresentazioni mentali in grado di riprodurre sostanzialmente la sensazione di vedere qualcosa con gli occhi. Possiamo guardare un film alla tv o seguire un «filmato» che appare solo nel nostro cervello.
Il termine inglese che denota questa capacità - che utilizziamo tutti i giorni, benché il più delle volte inconsapevolmente - è «imagery», che significa, appunto, rappresentare la realtà attraverso le immagini mentali. Sfortunatamente il vocabolo italiano «immaginazione» non è altrettanto preciso, richiamando piuttosto una gamma di significati legati al fantasticare o al desiderare che un evento accada (ed avvicinandosi così più al vocabolo inglese «imagination»).

L’imagery
La ricerca scientifica su questa funzione del cervello - di cui ci serviamo comunemente per orientarci, per guidare un’auto o anche (è il caso degli individui particolarmente «visualizzatori») per risolvere un problema - si è sviluppata solo recentemente, focalizzandosi su una questione fondamentale, ovvero quanto l’«imagery» dipenda da meccanismi di percezione visiva (si è detto che immaginare è come vedere: ma per il cervello è davvero la stessa cosa?) o piuttosto vada considerata come una funzione «autonoma», assimilabile a un processo di memoria, di ricostruzione interna.
Indicazioni significative sono state fornite da una serie di ricerche che hanno studiato le capacità rappresentazionali («imagery») in persone cieche dalla nascita. La logica sottostante alla ricerca è che, se un cieco congenito è in grado di rappresentarsi mentalmente la realtà, allora la vista non è una condizione necessaria per esperire immagini mentali. Ovvero, vedere con gli occhi e vedere con la mente, benché siano esperienze apparentemente simili, si basano in realtà su meccanismi cerebrali diversi. In effetti questo è ciò che è stato trovato: i ciechi si creano immagini mentali come tutte le altre persone e, per quanto possa apparire sorprendente, le rappresentano «a colori». E fanno fotografie, selezionando, come tutti, la prospettiva più adeguata per scattare l’istantanea: si rappresentano, cioè, la scena che vogliono fotografare come se la vedessero, ma con gli occhi della mente.

Memoria e pensiero
Un cieco dalla nascita è in grado di generare delle immagini mentali e di utilizzarle per far fronte alle attività quotidiane. I processi di «imagery» - di rappresentazione mentale - non sono pertanto mere derivazioni di fenomeni percettivi, ma coinvolgono funzioni cognitive complesse, come la memoria o il pensiero. Ma è davvero possibile escludere qualsiasi ruolo della percezione visiva nello sviluppo delle capacità di «imagery»? Ciechi e vedenti si comportano nello stesso modo quando devono rappresentarsi mentalmente la realtà?

Le manipolazioni
Stando ad alcune ricerche recenti, le cose non stanno proprio così. La cecità, infatti, determina alcune specifiche limitazioni nella capacità di rappresentarsi mentalmente il mondo. Tra i fattori critici sembrano rientrare la complessità della scena da visualizzare e la necessità di compiere delle manipolazioni o trasformazioni sull’immagine generata, compiti che comporterebbero nei non vedenti tempi di esecuzione più lunghi e una minor precisione nelle risposte. Secondo alcuni ricercatori, questi limiti sarebbero imputabili alla mancanza di strategie appropriate dovute, appunto, alla cecità.

Strategie cognitive
Ciò non significa che un individuo non vedente sia totalmente privo di strategie cognitive, quanto che debba appoggiarsi a strategie meno efficaci. Per esempio, un vedente è in grado di costruirsi una rappresentazione allocentrica di una scena esterna (ovvero una rappresentazione indipendente dalla posizione dell’osservatore). Di contro, un non vedente tenderà a costruirsi una rappresentazione ancorata alla propria posizione, basata su coordinate egocentriche. Questo per via della diversa modalità esplorativa con cui vedenti e non vedenti entrano in contatto con la realtà: prevalentemente tattile per un cieco congenito, principalmente visiva per i vedenti.

Va sottolineato come queste differenze nelle strategie cognitive siano modulate dall’età in cui è insorto il deficit visivo. Nel caso di uno congenito il sistema cognitivo si abitua da subito a funzionare in mancanza della percezione visiva: ciò si riflette nell’organizzazione cerebrale dove, grazie alla plasticità corticale, aree deputate all’elaborazione di stimoli visivi vengono reclutate da stimoli tattili o acustici. Nel caso di un’insorgenza più tardiva del deficit, invece, questi meccanismi di riorganizzazione cerebrale appaiono meno sviluppati. A seconda del compito, i ciechi congeniti possono ottenere migliori prestazioni rispetto ai ciechi tardivi o viceversa.
Queste ipotesi sono state vagliate attraverso l’analisi dello sviluppo del sistema cognitivo in presenza o assenza di percezione visiva da una rete di ricerca presso le Università di Pavia, Padova e Pisa. Ne è emerso che - se da un lato vedere non sembra essere un prerequisito per la capacità di utilizzare immagini mentali - è però plausibile che la percezione visiva incida molto sullo sviluppo di un sistema cognitivo interno che si abitua a creare immagini simili a quelle ottenute con la vista.

I ciechi si rappresentano immagini mentali ascoltando un racconto o una descrizione, leggendo un testo in braille o sulla base di rumori e suoni, annusando o toccando. In nessuno di questi casi, però, la complessità della stimolazione è paragonabile a quella che accompagna la percezione visiva. Il sistema cognitivo dei ciechi si adegua infatti ad una stimolazione più ridotta e - soprattutto - si struttura sulla base di un’esperienza percettiva sequenziale, qual è quella veicolata da udito e tatto. Di contro, solo la vista - il «colpo d’occhio» - consente di catturare simultaneamente molte informazioni. Un ulteriore supporto all’ipotesi che la vista non sia una condizione indispensabile per lo sviluppo di efficienti capacità rappresentazionali viene dalla neuroimmagine funzionale. I dati mostrano che ciechi e vedenti utilizzano le stesse strutture cerebrali, quando sono impegnati a generare ed elaborare delle immagini mentali e, nello specifico, quando devono visualizzare la posizione precedentemente memorizzata di una serie di oggetti o seguire mentalmente un percorso. Ovvero, le stesse aree cerebrali sottendono - nei ciechi e nei vedenti - la capacità di ricordare per esempio dove si sono appoggiate le chiavi.
Quali sono i fattori cruciali per lo sviluppo del sistema cognitivo deputato alle immagini mentali? E’ la visione in sé o vanno identificati alcuni aspetti dell’esperienza visiva? Una serie di esperimenti su individui affetti da patologie congenite offre indicazioni preziose. Si sono confrontate le capacità di «imagery» in persone con visione monoculare e in individui affetti da un’ipovisione marcata. I risultati hanno mostrato che non è la visione come esperienza fenomenica a essere rilevante per la capacità di generare immagini mentali, quanto il carattere binoculare dell’esperienza visiva, che veicola simultaneamente stimoli distinti, influenzando anche i meccanismi di rappresentazione interna.
E’ un dato sorprendente, se si considera che gli individui con visione monoculare mostrano gli stessi limiti dei ciechi nei processi di rappresentazione interna, mentre l’ipovisione grave permette lo sviluppo di meccanismi cognitivi di rappresentazione mentale simili a quelli dei vedenti.

Questi dati sono fondamentali nell’identificare i contributi della percezione visiva nei processi di rappresentazione mentale... ma ne dobbiamo essere sorpresi? Omero non ha forse raccontato che Polifemo non riuscì a immaginare la posizione di Ulisse e dei compagni, consentendo loro di fuggire dalla sua caverna? Sempre saggi gli antichi, che già intuirono come la monocularità non produca buone immagini!

CHI E'
Vecchi, Psicologo
RUOLO: E’ professore di Psicologia Sperimentale all’Università di Pavia
LA RICERCA: Ha coordinato lo studio che viene qui pubblicato con Zaira Cattaneo. Hanno partecipato anche le università di Padova e di Pisa insieme con il Cnr

 

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Tratto da TuttoScienze www.lastampa.it

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NEWS
4/4/2007
            

Il record di Neurospin
            con i neuroni in diretta     

                    vai all' indice

 
MARCELLA MIRIELLO
Chissà se lavorare all’interno di un edificio ad andamento sinusoidale, che evoca quello assunto dalle onde cerebrali, aiuterà i ricercatori ad intercettare meglio il «dialogo dei neuroni».

E' quello che sperano in Francia, a Saclay, dove è stato recentemente inaugurato NeuroSpin, il più grande complesso al mondo dedicato all’esplorazione del cervello umano e dei suoi processi cognitivi. Realizzato sul sito principale del Commissariato per l’energia atomica (CEA), NeuroSpin è un centro di «imaging medicale» dotato di scanner ultrapotenti, che scruteranno anche le pieghe più recondite della sostanza grigia, alla conquista dell’organo più misterioso che esista. Un grosso cilindro bianco di tre metri di diametro troneggia nell’oscurità come un Buddha addormentato dietro il vetro blindato. E’ il più potente scanner d’Europa, appena messo in funzione non senza qualche timore, data l’enorme potenza in grado di generare. Il componente più importante dello scanner, infatti, è un magnete superconduttore capace di un campo magnetico di 7 Tesla, ovvero 140 mila volte il campo magnetico terrestre. Qui le bussole impazziscono e persino il più piccolo oggetto metallico si trasforma in un pericoloso proiettile che può essere attirato verso il magnete con una forza colossale.

Per gli specialisti del cervello NeuroSpin è ciò che l’acceleratore di particelle del Cern è per i fisici, e come al Cern anche qui tutte le cifre sono portate all’ennesima potenza. Solo il costo dell’apparecchio supera i 51 milioni e permette di distinguere dettagli microscopici (fino a 10 micron). Ma non solo. E’ in corso d'opera uno scanner da 11,7 Tesla che rappresenta il record mondiale e che verrà riservato agli studi sui roditori e su piccoli animali (il record precedente appartiene agli americani con 9,4 Tesla). Per raggiungere una tale potenza è stato necessario ricorrere alla tecnologia dei grandi acceleratori di particelle, dove la folle corsa dei protoni all’interno della «pista d’autoscontro» è garantita proprio da magneti superconduttori.

Il centro dispone anche di un mini-ospedale, destinato agli esperimenti clinici, e che prossimamente accoglierà i primi pazienti. Oltre 150 ricercatori, tra fisici, neurobiologi, cognitivisti e clinici, stanno conducendo ricerche sulle malattie degenerative come il morbo di Parkinson o quello di Alzheimer e sull’infarto cerebrale, terza causa di decesso e prima di handicap. Altre ricerche su soggetti sani sono destinate a definire la cartografia precisa delle zone del cervello implicate in tutte le funzioni cognitive, dalla percezione alla memoria, fino alla parola e alla lettura.

«Alla fine dovremmo anche riuscire ad osservare in diretta l'attività dei geni nelle cellule nervose»: è ciò che auspica Denis Le Bihan, direttore del Centro.


Tratto da Tuttoscienze - www.lastampa.it

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Gaetano Conforto       AUGURI!!!!!!

 

 

 

 

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